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De Giorgi: Mancuso? Ha superato il segno.
L’ad di Gay.it motiva le critiche della testata contro il presidente dell’Arcigay: un eccessivo autoritarismo, scelte sbagliate nella comunicazione e strategie poco sensibili alle altre realtà sul territorio sono le principali accuse al leader dell’associazione.
Perché Gay.it ha deciso di “fare guerra” a Mancuso?
Non facciamo guerra a nessuno. È successo “solo” che riteniamo che è stato superato il segno, dopo due anni di gestione di Arcigay da parte di Aurelio Mancuso. In questi anni abbiamo più volte segnalato il nostro disagio con una infinità di editoriali di critica a vicende che indicavano molto chiaramente quanto sbagliata, malsana, autoritaria e poco democratica fosse la sua gestione dell’associazione. Arcigay è la principale associazione gay italiana. Se Arcigay è bloccata dall’autoritarismo, lo è il movimento lgbt e alla fine lo è pure la comunità gay. Stiamo solo dando il nostro contributo e, molto modestamente, il nostro punto di vista.
Non rischiate di tirarvi la zappa sui piedi remando contro?
È possibile, in questo Paese, riuscire a criticare senza ricevere l’accusa di remare contro, di essere sfascisti e disfattisti? O vogliamo un unanimismo di facciata, limitando la libertà di stampa e di critica?
Alcuni utenti vi hanno accusato di avere qualche conto personale da risolvere con l’attuale dirigenza di Arcigay. A cosa alludono?
Con Aurelio ho sempre avuto un buon rapporto personale. Non capisco a cosa si possano riferire.
Quali sono in sintesi le ‘colpevolezze’ di Mancuso. E quale sia la soluzione migliore: dimissioni?
Cito solo quattro episodi, tra i tanti che potrei raccontare. Il primo: la vicenda della sua candidatura. Poco dopo un congresso che sanciva il distacco dalla politica di Arcigay, Mancuso tenta disperatamente di candidarsi nelle fila della sinistra radicale, per poi fare marcia indietro quando la sua associazione gli si rivolta contro. Ma nel frattempo, critica la candidatura di Paola Concia nelle file del PD, che poi – una volta eletta – si è rivelata essere una ottima scelta da parte di Walter Veltroni. Il secondo: la vicenda del Gay Pride nazionale. Mancuso decide di convocare unilateralmente il gay pride nazionale a Genova, solo per oscurare la notizia che sta per uscire – importante e assai positiva – che il Mario Mieli ha “vinto” la candidatura di Roma come sede dell’Europride nel 2011. In sostanza, l’Italia non ha un gay pride nazionale importante nella capitale – come a Madrid, Parigi o Londra – solo perché lì Arcigay è debole e lì c’è il circolo “concorrente”, e cioè il Mario Mieli. Vi pare sensato? Il terzo: la vicenda di Povia a Sanremo. Abbiamo regalato a un artista mediocre una campagna pubblicitaria milionaria, solo perché dalle prime anticipazioni della sua canzone il testo sembrava essere decisamente omofobico. Certo, quel testo contiene diversi errori ed è diseducativo, ma da qui a montare una campagna di stampa contro – soprattutto dopo l’intervento di Benigni a Sanremo – è davvero eccessivo. Tanto più quando poi la tanto annunciata manifestazione di protesta è stata un flop con un centinaio di partecipanti. Il quarto: l’incontro delle associazioni gay nazionali con Fini di un mese fa, dove Mancuso ha arbitrariamente escluso le associazioni della minoranza delle minoranze – i transessuali – ed altre importanti e di rilievo nazionale come Certi Diritti o il Mario Mieli. Con grande ira di tanti.
Non sembra un po’ esagerato paragonare il comportamento di Mancuso a quello di Berlusconi?
Per niente, anzi. Assomiglia a Berlusconi sotto quattro aspetti: per il suo rapporto con la stampa, cui si rifiuta di rispondere e cui tiene nascosta gran parte della vita associativa di Arcigay neppure fosse il Partito Comunista degli anni ’50; per il sistema di intimidazioni che ha usato, imponendo a circoli politici e ricreativi di non avere nulla a che fare con Gay.it, esattamente come il nostro premier ha recentemente fatto con Repubblica; per il “benaltrismo”, l’usanza cioè di dire che c’è ben altro di cui lui deve occuparsi (il bene di gay e lesbiche, i Gay Pride e così via) rispetto alle nostre critiche, esattamente come Berlusconi deve occuparsi dei terremotati dell’Aquila; infine per l’attitudine a pensare di poter comprare qualunque cosa, come ha fatto con noi in più occasioni, anche recenti.
Pensi che l’Arcigay in questi anni non abbia prodotto nessun risultato concreto per la nostra comunità?
Mi pare evidente che sia così. Sia chiaro: i circoli locali fanno spesso tantissimo lavoro importante, e lo fanno con il lavoro gratuito dei volontari. È uno straordinario esempio di generosità e altruismo, in un mondo spesso egoista quale è il mondo gay. Ma a livello nazionale e politico, il disastro è sotto gli occhi di tutti: Arcigay è sempre in seconda battuta, ricorre disperatamente ai Povia per ritornare alla ribalta, ha regalato pure la battaglia per le unioni civili agli altri (mi riferisco a quanti si stanno battendo per un pronunciamento della Corte Costituzionale sul matrimonio gay), a stento organizza una sola manifestazione nazionale – il gay Pride – ma non riesce a farlo col consenso di tutti gli altri e per di più non a Roma, dove avvengono le decisioni importanti per il Paese, ma in giro per l’Italia, solo perché a Roma Arcigay è debole.
Alcuni vostri utenti hanno il sospetto che “De Giorgi vuole delegittimare Arcigay per puntare alla presidenza”. Che ne pensi?
Sciocchezze. Ho già fatto per quindici anni la mia esperienza di associazionismo gay, militando per l’appunto in Arcigay, e quella esperienza la considero ormai chiusa. Preferisco restare a fare l’imprenditore e il direttore della mia testata.
Cosa dovrebbe fare Arcigay per ottenere il vostro consenso?
Non dobbiamo dare patenti a nessuno: non ce ne arroghiamo certamente il diritto. Noi diamo solo il nostro punto di vista, che cambierà se cambierà politica e dirigenza dell’associazione.
Voi siete più a ‘sinistra’ nelle critiche (vedi Facciamo Breccia) o più a ‘destra’ (vedi Gay Lib).
Gay.it ha sempre cercato, negli undici anni della sua storia, di dare un punto di vista pacato, moderato, che tenesse conto delle diffi coltà della nostra battaglia in Italia, con una classe politica debole e il Vaticano sempre presente. Siamo stati sempre convinti che, pur nella tradizione di un movimento gay tendenzialmente più orientato a sinistra, parlare con tutti sia necessario, se il bene fi nale è la pari dignità di gay e lesbiche e non le carriere di questo o quello o l’egemonia di una associazione sulle altre.
Non sarebbe più opportuno ‘fare pace’ e unirsi per lottare per obiettivi comuni?
Il tempo degli unanimismi, dei papocchi e di quello che si chiama consociativismo è finito nella politica italiana, non vedo perché dovremmo riprenderlo nella nostra comunità gay. In nome dell’obiettivo finale che rimane – penso – comune a tutti noi, non credo
possiamo abdicare il nostro pensiero e la nostra capacità di critica e analisi. (Felix Cossolo (c) 2009 Clubbing, luglio 2009)
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